giovedì 22 luglio 2010

Una fisarmonica a teatro

Qualcuno sarà disposto ad ascoltare la mia storia?

Un attimo. Una singola sensazione.
Ci sono dei posti che ricorderò per sempre, anche qualora qualcosa in essi dovesse cambiare. Sono quei posti che in un modo o nell'altro hanno avuto il loro momento di vita. Magari non sono stato io a donarla, quella vita, ma che importa? Spesso alcuni luoghi ci appaiono neutri proprio per questo motivo: perché ci sembrano esterni, distanti, estranei. Eppure mi chiedo, perché il valore di un atto dovrebbe cambiare solo perché è compiuto da altri? Riconoscere i luoghi in cui la vita vive è solo una questione di abitudine: camminando per strada, ogni angolo è impregnato dell'odore di casa di qualche sconosciuto. È lì, ad aspettare che lo cogliamo. È un odore che personalmente mi fa venire la voglia, il bisogno, di conoscere sia quegli sconosciuti, sia la storia di quella vita di cui hanno fatto dono al marmo, al cemento, alla pietra.
E poi ci sono quei posti che invece, quando ci torni, portano in sé il profumo di casa tua. Ci vuole un naso raffinato per sentire il proprio profumo. Devi prima averlo amato, e poi averlo perduto. Deve prima essersi fuso, confuso con quello degli altri, e sarà solo poi, quando lo cercherai, che sarai capace di sentirlo. Lo inspirerai e mormorerai: casa.
Io l'ho perso, il mio profumo. Ma non una volta sola. Lo perdo continuamente, e lo faccio apposta. Lo faccio perché amo la sua singolarità, amo il suo essere unico nell'unicità degli altri odori. Quindi faccio di tutto per non abituarmici. La mia tattica è questa: lo mescolo a quello degli altri, lo rendo indistinguibile, per poi cercarlo e ritrovarlo ogni volta, anche se mutato. Non è una cosa cattiva, eh. Tempo fa una donna mi spiegò che ogni cosa che sta a stretto contatto con l'esistenza di un uomo, prima o poi, la modifica. Ecco, il fatto è che se la vita la prendi per quello che è, e non per quello che sembra, ogni cambiamento avviene per il meglio. Qualunque cosa “meglio” voglia dire.

Ecco che appare quella moltitudine di odori. Pizzica un po' il naso, ma è per una giusta causa. Ora un gelsomino, ora una rosa blu. Poi la pioggia al crepuscolo, il pane appena sfornato, una vecchia cantina in campagna. Il gorgonzola. Puzza, ma in fondo è buono anche lui.
Quanto mi dà fastidio questa città, quando ti sbatte addosso e pretende le tue scuse. Questa volta, però, non lo fece. Mi urtò contro, e mi guardò negli occhi. Solo oggi capisco che ciò contro cui urtai non era affatto la mia città. Al contrario.
Ero uscito di casa con un solo pensiero: avevo voglia di perdermi, mettermi in strada e trovarmi di fronte a tante scelte quanti sarebbero stati i bivi che avrei incontrato. Fu così che mi ritrovai a camminare. Era una sera anonima, e nel mio anonimato vagavo senza meta per vie sconosciute. Nel giro di poche ore, mi accorsi di trovarmi di fronte al teatro. Come sempre, le luci giallastro-arancioni della piazza erano estremamente fioche. Non è mai facile esaminare le pieghe del vestito della voce di Catania.
In ultima analisi, tuttavia, non avevo raggiunto il mio obiettivo: volevo perdermi, e invece mi ritrovai in una piazza che conoscevo bene. Non ne feci un dramma. Sapevo che a volte è proprio dagli errori peggiori che riusciamo a far nascere le opere d'arte più belle. Cappellini da baseball, camicie nere aperte sul petto e cinture dalle fibbie gigantesche. Eravamo io e una moltitudine di passi, tutti preoccupati di decidere la direzione giusta da prendere. Qua e là si coagulavano schieramenti di finti lupi che pretendevano di inseguire nobili cause. La dignità, il rispetto, l'onore. La virilità. A loro si aggiungevano i finti agnelli, quelli che si agghindano apposta per essere predati. Poi i millepiedi, fonti di ripetuta contraddizione, bloccati al proprio posto con la pipa in bocca, e i fringuelli, che in preda all'ebrezza della notte saltellano da un nido all'altro canticchiando in maniera stonata. In fondo alla calca c'era anche qualche anima pia, rara, fuori luogo. In questo crogiuolo di odori ognuno sceglieva la propria strada per sé. Ma la realtà è innegabile. Tutti andavamo insieme sul duro cemento.
Mentre mettevo un piede dietro l'altro, la mia attenzione fu attratta da un gruppetto di liceali – avranno avuto dai tredici ai quattordici anni a testa – che chiocciavano intorno, inondando lo spazio circostante di risate che finivano per coprire ogni altro suono. Fu quello il momento in cui la sentii. Quando, per un solo istante, le risa delle ragazze si attenuarono, sentii la musica distante di una fisarmonica. Attesi che la combriccola passasse oltre, seguendola con lo sguardo. Poi concentrai tutta la mia attenzione su quell'armonia: volevo capire da dove proveniva, volevo studiare la solitudine di quel singolo strumento, volevo carpire il modo in cui essa cambiava la realtà circostante, me compreso, in un moto istintivo di emozioni che ti fanno mutare verso un universo senza spazio né tempo, dove tutto è concesso, dal momento che nulla esiste. E da lontano lo vidi. Come un buco nero la cui singolarità, paradossalmente, non attiri a sé nessun corpo. Tranne il mio, s'intende. La mia mente era ormai invariabilmente mescolata al suo orizzonte degli eventi, mentre la mia massa si muoveva coscientemente verso l'origine, il punto zero di quell'armonia. Il mio percorso era ostacolato da una moltitudine di persone; ognuno di loro, immerso nei propri pensieri o in discussioni che spesso non avevano né capo né coda, sbarrava la strada che mi avrebbe portato alla fisarmonica. Continuai ad andare. Li superai uno per uno, finché non mi ritrovai di fronte ad un uomo così grosso che ci sarebbero voluti tre passi interi per circumnavigarlo anche solo per metà. Stop. Prima di poggiare al suolo il terzo passo, qualcosa mi colpì al petto. Guardai leggermente più in basso rispetto al mio volto, e mi trovai di fronte un paio di profondissimi occhi verdi. Epifania.
Da questo punto in poi mi è difficile proseguire. L'impressione che quell'incontro ha lasciato nella mia memoria è simile a neve che si scioglie al levar del sole. Non so come, né perché. Non so quando. Il dove, non fosse che fino a poco prima sapevo di trovarmi di fronte al teatro, mi sarebbe altrettanto sconosciuto. Tutto ciò che so è che in un eterno istante di pieno nulla, in un punto indefinito della storia, le nostre mani si trovarono e si strinsero. Soli, perduti all'interno della melodia di quella fisarmonica, io e quell'anima cominciammo a danzare sulle note della vita. Non avrei fatto altro al mondo; in un momento mi resi conto che tutta la felicità che avevo provato fino a quel momento, era stata vana. Capii di non essere mai stato.
La verità è che non so se quella danza ebbe realmente luogo.
Quando la musica in un modo o nell'altro cessò, ebbi appena la forza di avvicinarmi ai suoi capelli. Inspirai, e .
Quando ritrassi il volto, quegli occhi mi guardarono un'ultima volta. Un sorriso confidente apparve sulle sue labbra. «Ci vediamo», mormorò. L'attimo. Il modo in cui le nostre dita si abbandonarono mi fece capire che ci saremmo rivisti. Non importa quando, ma ci saremmo rivisti.

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