I
Si svegliò, se così si può dire, e questo basterà a spiegare molte cose. Sdraiato faccia a terra su una tela gigante, lunga non meno di quattro metri e larga non più di due, stesa vergine sul pavimento, lui nudo, lei cosparsa di colori brutalmente schizzati sulla sua superficie, sollevò la testa ed inspirò tutta l'aria che, come giustamente intuivano i suoi polmoni, gli era mancata nei secoli – o tali gli sembrarono – precedenti al suo risveglio. Non capiva. Non capiva. No, non capiva. Non capiva cosa ci facesse lì, non ricordava nulla e, cosa ancor più importante dal punto di vista di uno che, risvegliatosi, si ritrovi senza vestiti riverso al suolo con il corpo intero e – più nello specifico – con ciò che qualcuno gli aveva insegnato a chiamare “le parti intime”, tutto ricoperto di idropittura fredda e liquida, non sapeva chi era.
Ci mise un po' ad alzarsi in piedi, in parte per il vortice di confusione che gli annebbiava la testa e la vista, in parte per qualcosa di cui non si era ancora reso conto. Ciò di cui non aveva avuto coscienza in precedenza era lo stato di dolore in cui tutto il suo corpo si trovava, soprattutto per quanto concerne una zona generalmente protetta come quella dell'interno coscia, in cui era presente un taglio moderatamente profondo da cui lentamente sgorgava un sangue scuro e vischioso simile a lava che, dai paraggi della bocca principale del vulcano, minacci di far sprofondare il mondo intero in un oblio di fredda staticità immemore. La sua attenzione fu tuttavia attratta da due elementi di gran lunga più curiosi. Punto numero uno, una sensazione visiva. Quel sangue moderatamente denso, infatti, si era mescolato ai colori di cui abbiamo già parlato prima: le tempere, che davano alla scena intera un'atmosfera da un canto grottesca, ironica dall'altro. Aveva il sangue blu. Poi verde, arancione, giallo, viola, eccetera. Sembrava quasi che una di quelle matite con la punta multicolore – a causa di un caldo in quel momento inesistente – gli si fosse sciolta addosso. In secondo luogo, stava piangendo. O, per lo meno, aveva pianto. In effetti, in assenza di quella familiare sensazione alla gola che generalmente identifichiamo con la parola “groppo”, l'unico indizio a testimoniare le lacrime che aveva versato erano le lacrime stesse, ancora condensate sul suo volto sporco di polvere e, a questo punto, anche di fango.
Si portò una mano alla testa, pesante, e spremette le meningi. Cosa cazzo mi è successo? si chiese, mentre le gambe avevano preso a tremargli così violentemente che dovette sedersi. Fu allora che si rese conto di trovarsi in aperta campagna. Fili d'erba s'intrecciavano appena inumiditi intorno alle dita dei suoi piedi e delle sue mani, mani che erano andate ad appoggiarsi al suolo, scaricando così il peso dalla schiena, per cercare di bloccare quel mondo che ancora non aveva smesso del tutto di girare. Un prato, quindi, e per di più un prato verde. Poi, campi di grano il cui colore dorato andava man mano confondendosi con le luci di un crepuscolo che non riuscì a riconoscere come alba o come tramonto, tanto era in quel momento in lui assente il sentimento del tempo. Tempo. E il suo udito si sintonizzò su quella che gli sembrò musica, e che, effettivamente, lo era. Non si mosse. Qualcuno cantava parole che conosceva fin troppo bene, e anche se non avrebbe saputo dire quando, dove e in quale situazione le avesse già sentite, una voce dentro di lui decise di manifestarsi tramite le sue corde vocali, e la sua gola secca, senza intonazione alcuna, solo seguendo il ritmo della melodia, mormorò: Kicking around on a piece of ground in your hometown, waiting for someone or something to show you the way. Non conosceva il titolo di quella canzone, ma lo stupore dovuto al fatto che, sì, evidentemente qualcosa di questo mondo lo ricordava ancora, e per di più che questo qualcosa non fosse meramente legato ad una sensazione, i nomi dei colori, i profumi della lontananza dalla città – ecco, sì, sapeva ancora cosa fosse una città –, la dolce sensazione al tatto di strisciare le piante dei piedi sull'erba – per quanto il dolore lo costringesse a farlo lentamente –, ma che riuscisse a ricordare addirittura delle parole, delle parole per di più in inglese, Cazzo – pensò – so cos'è l'inglese, questo, e il bisogno di riordinare le idee, lo convinsero a fare un altro tentativo. Portò le braccia davanti alle gambe, poi si sporse in avanti facendo scivolare le mani di fronte alle punte dei piedi e, facendosi forza con i polpastrelli, stirò i tricipiti e contrasse i quadricipiti, ottenendo così di trovarsi in posizione eretta. Se in quel preciso istante qualcuno si fosse trovato a passare di lì, così, per caso, quella scena gli sarebbe sembrata estremamente familiare: quell'uomo, con le braccia stese quasi a cercare nell'aria un appiglio per non perdere l'equilibrio, somigliava incredibilmente ad un bambino che muovesse i suoi primi passi autonomi dopo mesi in cui era stato costretto a vedere ciò che sua madre e suo padre avevano deciso di fargli vedere e provare ciò che avevano deciso di fargli provare. Così, dopo un attimo di tentennamenti, aveva puntato i piedi per terra e si era voltato, attirato da quella musica che, ovviamente, non aveva ancora cessato di suonare. Di fronte a lui, i muri di nuda pietra e il tetto in tegole rosse leggermente imbrunito dal tempo, c'era un casolare.
La luce del giorno, ormai scomparsa sotto la linea dell'orizzonte, fece capire al nostro che aveva appena assistito ad un tramonto. Era il primo tramonto che la sua memoria riuscisse a ricordare.
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